di
RedazioneC'era una volta
Umberto Bossi: era forte e determinato e lo urlava all'Italia intera con la frase ormai mitica «Noi
ce l'abbiamo duro». Oggi la sua verve fisica è stata devastata dai problemi di salute, ma il suo stile politico non è cambiato. E ha
fatto proseliti illustri.
Solo pochi giorni fa, commentando la crisi del governo Prodi, il senatùr diceva: «Se non si va al voto
facciamo la rivoluzione... Ci mancano un po' di armi, ma prima o poi quelle le troviamo». E, nonostante le critiche di prammatica, l'idea della rivolta ha subito conquistato altri leader politici di destra. A partire da
Silvio Berlusconi, che ha detto: «Voto subito o
milioni di persone andranno a Roma per chiederlo». Molti hanno storto il naso di fronte all'affermazione, come
Politicando, che ha fatto notare: «Nella giornata della memoria evoca la
marcia su Roma. Che tempismo»; altri (come
Vai col mambo) invitano a non «strumentalizzare le sue uscite: è inutile e controproducente... Berlusconi, che non sa rinunciare al colpo di teatro, minaccia milioni di persone in piazza per invocare il voto. Lo fa perché si sente già in campagna elettorale, non perché si appresta ad instaurare un regime»; altri ancora, come
Il Dalla, ironizzano: «Non aspetto altro che marciare su Roma al tuo fianco mio Duce!
la camicia nera? ah, me la porti tu? grazie!».
Ma il sangue nelle vene ormai ribolle anche agli insospettabili. Un nome?
Roberto Formigoni, il presidente della Lombardia pronto alle barricate per il suo super-aeroporto: «Se Air France-Klm riuscirà a conquistare Alitalia, il governo dovrà imporre ai francesi una moratoria di 3 anni per l'aeroporto di Malpensa, altrimenti
il Nord porta in piazza milioni di persone».
Bruno Pellegrini non può afre a meno di notare che in «questi giorni deve essere una mania». Ma la domanda è questa: sono
giustificati segnali di insofferenza o segnali pericolosi di delirio guerrafondaio?